“Figura” – Zoldo

Dinamica dell’abbandono
“Figura”
Lago Coldai – Monte Civetta – Zoldo

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“Figura” – Lecce

Dinamica dell’abbandono
“Figura”
Ex Conservatorio di Sant’Anna. Lecce.
Con Ilaria Seclì

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Figura

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A.P.

FEDE

Vivant

Comme souffles blancs trempés des ténèbres
apparaissent les amants, schismes enterrés,
vampires insouciants des chaque lumière
remontent à la surface, pour petites gorgées d’air,
à mourir intacts dans leur propre sang
*
Entre racines noueues des graines
affaiblissent les portes de votre nom
la nativité de votre peau
dans la crèche de mon désir
*
La source de vos chevux
désaltère les bouches mutilées de mes pas
alors que je traverse le désert de votre peau
désirant oasis éteintes, seulement désert;
pour mourir en vous, au-delà de notre ombre
*
Sur votre peau
je laisse mes cartes à fleur de sang
je cherche votre corde d’ombre lié à mes poignets
j’avale la première flamme des éléments
j’éteins les cigarettes de mon vide
je laisse advenir l’ombre
*
L’équilibre du sillon
la corde de l’exil
la faune de l’ellipse
vivant
vous nouez les formes du naufrage
vous brisez les germes de la mémoire
vous changez le fond du vent
vivant
vous demandez la pierre de la nuit
vous lâchez ma peau au pardon de vos os
au manteau de votre amour inassouvi
::::::::
come respiri bianchi imbevuti di buio
appaiono gli amanti, scismi sepolti,
vampiri incuranti d’ogni luce
emergono, per un sorso d’aria,
a morire interi nel loro sangue
*
tra radici nodose di semi
stremano le porte del tuo nome
la natività della tua pelle
nel presepe del mio desiderio
*
la fonte dei tuoi capelli
disseta le bocche mutilate dei miei passi
mentre percorro il deserto della tua pelle
desiderando oasi estinte, solo deserto,
per morire in te, oltre la nostra ombra
*
Sulla tua pelle
lascio le mie carte a fior di sangue
cerco la tua corda d’ombra stretta ai miei polsi
inghiotto la prima fiamma degli elementi
spengo le sigarette del mio vuoto
lascio accadere l’ombra.
*
l’equilibrio del solco
la corda dell’esilio
la fauna dell’ellisse
vivente
intrecci le forme del naufragio
schianti i germogli della memoria
muti il fondo del vento
vivente
chiedi la pietra della notte
lasci la mia pelle al perdono delle tue ossa
al mantello insaziato del tuo amore.
______________________________
(August Picard tradotto da Paolo Fichera)

 

cose curiose escono dalla luce

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Ghinzu

Yuichi Ikehata

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Manuela Fraioli

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Cioran

Cominciamo a sapere che cosa sia la solitudine quanto ascoltiamo il silenzio delle cose. Capiamo allora il segreto sepolto nella pietra e ridestato nella pianta, il ritmo celato o visibile dell’intera natura. Il mistero della solitudine deriva dal fatto che per questa non esistono creature inanimate. Ogni oggetto ha un suo linguaggio, che ci è dato decifrare col favore di un silenzio senza eguali.

(Cioran)

Filigrana

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Palma il Vecchio

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tra le cose l’identità tace

gettata allo specchio

nel suo presente intoccato.

Carlo Sini

Jeanne

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Jack Davison

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Shuichi Machimoto

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Véronique Brosset

Mikica Pindzo

Se lo scrivi… Se lo scrivi passeranno lontani e non ti vedranno,

mentre tu rimarrai appoggiata al muretto a ripensare di come è bianco

dall’alto il torrente e non ti accorgerai,

né delle sirene delle ambulanze, né dei corpi mutilati,

palloncini vuoti colorati, e poi ti ricorderai,

tutti i giorni a seguire,

della lama che ti spezzò lo sguardo, perché invece c’eri.

E pensi che alberi possano volare, alcuni,

e volano, non quelli nel tuo abbraccio, altri, volano

e quando piove, piove perché ricordino le origini.

 

Ora ti appoggi al muretto di schiena, mentre passa una

bicicletta, che passa in fretta, e tu rimani, rimani e aspetti,

e non vuoi ricordare, guardi il palazzo di fronte, sì,

bellissimo remake ottocentesco

dall’aria possente, ti ricordi Pompidou e sei più serena e

dici a te stessa, a destra o sinistra? Guardi a destra,

una fila d’alberi, qualche panchina in prospettiva, ti giri,

e imbocchi il lato opposto. Guardi a sinistra,

e ridici qualcosa a te stessa, e come una preghiera rimane,

sul bianco torrente, sul muretto, sulla schiena, sul collo.

E vedi un cielo luminoso, ma bianco, grigio chiarissimo.

(Mikica Pindzo)

Henry Corbin_Storia della filosofia islamica

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parole su dipinto di inadeguatezza, desolazione, impotenza di Laura Fortin

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hanno lasciato fermo ogni minuto
destinato è singolare
questa precisione, se tutto
fosse così, essi si sono
scordati
di registrare anche questa pulsazione
nel vento
o fogliame di dio.
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Lolita

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La forma         oltre le ossa

muta l’anima che la ricorda

(come dire anima: l’attesa della preda

che modula il respiro per il destino)

 

eri uscito per mostrare la tua ossessione

fuori o per vederla impressa

nel gioco duale che la forma

 

nuvole basse coprivano i boschi

un pipistrello volava a scatti di fotogrammi,

tra una luce e l’altra, apparso, in istanti

tra luce e non luce, sopra lo stagno dei girini

a caccia di libellule e la mano di tuo figlio

stretta a dirgli: guarda come il pipistrello vola,

non avere paura, come vola? gli ultrasuoni sbattono

contro gli oggetti e tornano indietro e la giovane

ragazza poco prima, in piscina, ti guardava,

così tanto giovane e guardava forte della sua attesa

le gocce d’acqua arrampicate e strette ai peli

della natica, bella e ancora da fare, e a questo

pensavi e non era metafora ma pensiero

stretto all’attesa del ricordo, inondato ed esposto,

come guardava, oltre il figlio, oltre te, per se stessa

nel gioco duale che modula il respiro, il destino

che la parola modula e muta penetrando nel ricordo

tra gli oggetti impressi, tornando indietro, in forme strette dall’attesa.

 

La mia Lolita ha cent’anni e la bacio

 

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ai piedi dell’albero

 

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ai piedi dell’albero

la radice inghiotte il suo evento

non un significato trascrive la morte

tra l’eterna ripetizione e l’identico.

 

bambini sprofondano ossa

di cervo alla santità

della figura dipinta

dietro la fiamma

 

questa loro religione: un chiodo

infisso su un muro, senza

nulla da appendere, se non

un legame privo di testimoni

 

mai conoscere la propria bellezza

anche quando la rovina persegue

senza fiato in obbedienza

a un vento che ossessa

e ogni cosa lascia svanita

prima di viverla

 

somiglia la differenza a

questa immutabilità, la mano

tra i suoi capelli

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Sergio Quinzio

Sergio Quinzio

È difficile lavorare per la morte, sapendo che quello che si scrive non può essere letto, che ogni opera deve fallire: e vedere davanti un lungo tempo ancora, mentre il tempo che aveva significato, vita, gioia e dolore, precipita sempre più lontano nel passato”

Sergio Quinzio

Antoine Cordet

Vette

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sacrestia di vette. forma ripete il primo battito. il filo nel labirinto accoglie slitte trainate da nebbie di sabbia. niente altro all’assenza. niente altro. l’ombra ferita crede e germoglia nell’infinito spezzato. l’inesistenza traccia il confine degli occhi. non traccia quel che cade nel confine la caduta. ciò che vedo è spinto alla terra. assedia: ventre di un eremo. la neve genera il fuoco. involucro d’echi la pelle. crede alle vette chi travasa nicchie in richiami. ogni becco d’uccello sorge nel bianco, insetti segnano il giallo. niente altro cede. il drago appare a ogni pace di bestia. le vette sono il suono della caduta, stretta nella mano che ricopre la bocca. (immagine Le vette di Laura Fortin)

Zuzana Pernicova

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Marino Iotti

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Marino Iotti, Paesaggio bianco, 2009

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:

mentre noi in altro accade

Francesco Marotta_Paolo Fichera. Risonanze

Mirco Marcacci

Agamben_Nell’abisso dell’uomo

#-15

#-15

“mentre noi in altro accade”

Ceronetti_Quinzio

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Figura femminile

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Figura smuove, già

nata, dentro la nascita

all’estremo caduta

e come germinata

sparsa tra grembi, sta

resa a ogni passo più

perfetto preludio, confine

dietro l’incendio, tra il freddo che dà

oltre la pelle la sua fedeltà:

inesistenza che dissangua il ventre.

 

(dipinto Laura Fortin)
(poesia Paolo Fichera)

#-14

#-14

“consumazione di anfore, non resiste ciò che ancora accade nell’accaduto. così indicibile il segno cerca la sua aurea nella nostra parola. e più è detto e più il segno precipita oltre la figura. inconciliabile traccia. corpo segnato. a noi l’invocazione.”

#-13

#-13

“oltre il fondo delle ossa, una madre non allatta. epifania. “ogni prigione d’Arte estende/la grafica interiore della poesia”. epifania, erosa dalla voce. “io vivo, vivo”. “io sono felice”. “io ho fatto esperienza”. “io ora so”. la vita nucleare e vegetale. “vado a fare una passeggiata che dovrei fare con te”. questo basta. la traccia precipitata nel suo limite. la madre si copre il seno, non allatta, il bambino muore nella folla. piange, il velo lo copre. transita, destinato, oltre il simbolo, inapparente.”

Erik Truffaz & Murcof – Human Being

Sarah Ann Loreth

#-12

#-12

“sei la mia cenere. le statue mozzate non hanno più un giardino. preme soltanto la catasta di legno lasciata alla neve. ogni gesto sapeva la sua fine. la cenere non ha ricordo del fuoco che fu, né ha memoria degli anni del legno. l’Indefinizione ha raccolto tutti i segreti. i rami accolgono la vena che cerca nella nostra terra le sue radici. è come se gli occhi per esistere avessero bisogno di un unico paesaggio, di quel luogo. in una cripta fenomenica d’ossa si muovono dietro le ombre. non fanno più rumore. l’attesa è svanita in altre pelli. ogni crepa vissuta sbadiglia il suo muro. così ampie e cadute le crepe. camminare in due era dividere l’aria, così indulgenti nel nostro desiderio. perpetui nella fine. la tua morte, ora, è una vita precisa. il seme genera altre radici. la Figura feconda il pensiero. la poesia cresce, più forte, devasta la volontà di altre mani. guardarti era l’ultimo sangue. guardarti, sdraiati, negli occhi oltre la pelle, il desiderio, la vita e la morte. nella piena fissità di un vagito perpetuo.”

Carlo Sini

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“Simbolo è ciò che unisce a distanza, è ciò che rimette insieme quello che è stato separato. La trascendenza è la sua stessa natura; alludervi è la sua funzione. Con questo non ho detto: “esiste” una “cosa trascendente”. Ho piuttosto alluso al fatto per cui ogni presenza fa segno e si rivolge a ciò che è presente solo come assente”.

Anila Resuli_Volti dell’acqua

 

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… qui respira la terra prima ancora che tu nasca

Una donna di 30 anni affronta a ritroso con il supporto di una memoria, sempre fallace, e di una lingua, non di origine, il viaggio compiuto 14 anni prima dall’Albania all’Italia. Un poeta dedito alla poesia corporale spezza un percorso che pareva immutabile e depone una spina in terra per poterla calpestare e sentire dolore, accettando di dire quel dolore. Un nuovo tema (il viaggio senza il corpo), una nuova lingua ancora (non più il verso libero e fecondo, ma l’endecasillabo ferreo e fecondo), un’opera organica (non più poesie sparse)… Perché? Immettere Volti dell’acqua nell’alveo della poesia della migrazione è quanto di più semplicistico ci possa essere. Del resto gli elementi ci sono tutti: un viaggio della speranza, un’autrice albanese che scrive in italiano, una nuova lingua per costruire così una nuova terra. Queste considerazioni aprioristiche, queste domande legittime perdono importanza leggendo i primi versi della prima poesia. In questo poemetto che racconta un viaggio e dove più forte è il sangue di chi scrive, proprio qui noi lettori scopriamo che in questi versi manca la prima cosa che ci aspettavamo di trovare: l’identità. Leggi il resto dell’articolo

René Groebli

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Il sapere dei segni

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#-11

#-11

E quale richiamo

può mai dare natura alla voce,

se tutto è eco?

#-10

#-10

“non più ipotesi di vita segnate da perdite volute. tutto era vissuto nella perdita. questo non è stato tollerato né accettato. essere un luogo da attraversare, per i loro passi. prendere sintassi, parole, l’impronta di uno stile: questo hanno preso e questo era l’unico e più importante segno che potevo dare loro. altra vita ha bisogno di altri occhi. hanno attraversato il luogo, scoprendosi poi chi nell’amore, chi nella poesia, chi nei viaggi. hanno attraversato il luogo per darsi una nuova vita. questo sapevo dall’inizio e questo hanno compreso loro, poi, dopo.”

#-9

#-9

“questa costrizione che mi libera da rapporti, recensioni, premi, dall’edificazione inutile della propria identità in occhi d’altri, dall’approvazione, dalla riconoscenza, dalla smentita, dalla vanità, dalle smorfie e imposizioni dei ruoli, dalle frasi stantie di rancore, dalla negazione d’amicizia e d’amore. questa costrizione oltre il distacco e la dimenticanza. e in questa costrizione ecco affiorare voci e nuovi volti che sanno stringere il sonno all’insonnia.”

Véronique Paquereau

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